DOMENICA 9 MARZO 2025, ore 20.30

Basilica di S. Calimero, Milano.

INGRESSO LIBERO

ENSEMBLE HORNPIPE

FLORENT SCHMITT: amici e nemici

Francese per pochi chilometri, Florent Schmitt (1870-1958) nasce a Blâmont poche settimane dopo la disfatta di Sedan e poche settimane prima della nascita del Reichsland Elsaß Lothringen che annetterà l’Alsazia-Mosella all’impero tedesco e dalla nascita della Terza Repubblica presieduta da Adolphe Tiers.

Figlio di musicisti di provincia, finiti gli studi secondari inizia il suo cursus studiorum musicali a Nancy, nel locale conservatorio: il suo professore di pianoforte lo segnala a Theodore Dubois che nel 1889 lo accoglie nella sua classe di armonia presso il Conservatorio di Parigi.

L’obiettivo di tutti gli aspiranti compositori francesi è la vittoria del Prix de Rome, soggiorno romano a Villa Medici e trampolino indispensabile per entrare dalla porta principale nel mondo musicale di Parigi e della Francia. Schmitt inizia a pubblicare nel 1891 e durante il servizio militare continua a comporre, entrando nella classe di Jules Massenet nel 1894 con l’intento di vincere il sospirato premio. Massenet che voleva diventare direttore del conservatorio vide dopo Ambroise Thomas vide invece assegnare il posto a Dubois e rassegnò le dimissioni: la sua cattedra fu assegnata a Gabriel Fauré.

Di lui scrisse Alfredo Casella, anch’egli allievo presso il Conservatorio di Parigi negli stessi anni: "Fauré era un meraviglioso maestro, per quanto irregolare ed insofferente di ogni regola burocratica. E molto imparai avvicinando quello spirito così mirabilmente equilibrato e classico, così personale ad un tempo e pur rispettoso dell'originalità latente in certi discepoli...”

Le armonie troppo moderne e audaci della cantata Meleusine di Schmitt gli valgono la prima bocciatura nel 1896; seguirà la seconda bocciatura con Radegonde nel 1897 e nonostante la delusione sarà l’ultimo tentativo alla soglia dei trent’anni con la cantata Sémiramis a decretarlo vincitore nel 1900: “Se non avessi vinto quell’anno, non mi sarebbe restato che affogarmi” dirà al giornalista José Bruyr alla fine della sua vita.

L’Oriente con le sue storie sarà il fulcro della sua immaginazione musicale per molti anni e dei suoi viaggi durante gli anni di soggiorno romano.

Nel frattempo, a Parigi le fronde continuano: Vincent D’Indy, formatosi con César Frank e non soddisfatto della qualità dell’insegnamento del Conservatoire de Paris fonda la Schola Cantorum, presto centro di educazione e didattica dalla quale escono allievi come Erik Satie, Cole Porter, Darius Milhaud e diviene presidente della Société Nationale de Musique (SNM), nata con l’intento di ridare il giusto valore alla musica strumentale e alla tradizione francese in contrapposizione a quella tedesca e all’opera.

Nel 1902 Dubois, in nome di una continuità con la tradizione vieta agli studenti del conservatorio di assistere alle recite di Pellèas et Mélisande di Debussy e nel 1905 è costretto a dimettersi per lo scandalo generato dalla quinta esclusione di Maurice Ravel tra gli ammessi al Prix de Rome.

Sarà contro D’Indy, contro Dubois, contro la SNM che escludeva dai suoi programmi Ravel ma anche Maurice Delage, Ralph Vaughan Williams e Charles Koechlin che 1904 Ravel e Schmitt fondarono insieme a Gabriel Fauré, maestro di libertà in quella stessa istituzione che ne aveva determinato le sorti dei suoi allievi, la Société Musicale Indépendante (SMI) e divenuto direttore del Conservatorie dopo lo scandalo Ravel.

Il suo primo obiettivo è creare uno spazio libero che accolga tutte le iniziative artistiche, senza distinzione di genere, stile o scuola e lo dimostra il curioso tentativo del 9 maggio 1911, quando per la prima volta i brani vennero eseguiti in pubblico senza indicare i nomi degli autori “per sottrarre il pubblico all’influenza di preconcetti”.

Ne fece le spese di nuovo Ravel, i cui Valses nobles et sentimentales, pur se anonimi furono lungamente fischiati.

Tra i concerti dell’associazione troviamo nel 1910 l’esecuzione di Psaume XLVI di Florent Schmitt sotto la bacchetta di Désiré-Emile Inghelbrecht, compositore e amico per tutta la vita di Schmitt.

Il salmo era l’ultima composizione che il vincitore del Prix de Rome doveva consegnare annualmente alla giuria che lo aveva prescelto. Il giudizio di Dubois implacabile: “l’opera fa abuso di mezzi violenti, ha orrore di ciò che è semplice e naturale, l’orchestra è pletorica, le parti vocali richiedono sforzi inarrivabili… è un opera piena di talento ma di cui l’Accademia non può approvare lo stile”.

L’opera aveva visto – in osservanza alla tradizione del Prix de Rome – la sua prima esecuzione il 27 dicembre 1906, nella sala del Conservatoire de Paris e aveva diviso la critica: Arthur Pougin, sulle pagine di Le Menestrel la definì “sorprendente, stupefacente, roboante, musica la cui audacia sembra sconfinare nella follia” e diede al compositore la possibilità di scrivere il suo secondo successo, La Tragédie de Salomé, mimodramma coreografico in sette quadri scritto per la celebre danzatrice Loïe Fuller ed eseguito con grande successo per la prima volta nel 1907, sotto la guida di Inghelbrecht.

L’opera torna in scena nel 1912 per volontà della danzatrice russa Natacha Trouhanowa, amica di Paul Dukas, che si esibisce per le Concerts Lamoureux in quattro serate dedicate a quattro autori: Vincent D’Indy con Istar, Florent Schmitt, Dukas con La Péri e infine Ravel.

L’opera, dapprima scritta per un piccolo organico di venti strumenti e poi per grande orchestra fu pubblicata in questa versione nel 1912 e dedicata a Igor Stravinsky, il quale l’anno dopo ricambia dedicando a Schmitt le sue Tre liriche giapponesi, su testi tradotti da Maurice Delage.

Sono anni quelli a cavallo della Prima Guerra Mondiale – a cui Schmitt prese parte in diversi reggimenti e a cui dedica molte opere d’occasione – in cui la comunità intorno a Schmitt cresce di pari passo col crescere del suo successo: a lui dedicano brani Inghelbrecht, Ravel, Delage, Koechlin, Arthur Honneger e Rodolphe Berger con il brano Nègres Blancs del 1910.

A sua volta Schmitt omaggia Lili Boulanger (‘ma petite amie’) della sua Chanson Bretonne Op.18 e Dukas del suo Lied et Scherzo Op.54. Sono anche anni di grande collaborazione: le idee circolano e germinano contaminando l’opera di molti compositori amici tra loro contemporaneamente.

Il senso di comunità lo ritroviamo nei Nove pezzi Op.5 di Alfredo Casella, torinese formatosi presso il conservatorio di Parigi, il quale dedica con grande acume molti dei nove pezzi a suoi amici compositori, tra cui Florent Schmitt di cui riconosce l’esotismo come tratto più idiomatico.

A partire dalla fine della guerra, Schmitt, ormai sicuro della sua posizione, viene chiamato come critico musicale da molti giornali, attività che svolge con grande scrupolo: “io non pretendo certo dopo un solo ascolto senza avere la partitura sotto gli occhi, di giudicare in poche linee e senza appello l’opera di un compositore stimato, risultato magari di molti anni di lavoro – procedimento spesso usato da molti critici blasonati”.

Non solo il suo gusto ma soprattutto il valore ch’egli attribuisce al mestiere del compositore divengono metro di attacchi anche violenti a tutto ciò che è all’altezza della responsabilità dell’arte, incluso il pubblico “di gusto stagnante, che si accomoda troppe facilmente su ciò che gli è familiare e rifiuta di andare avanti.”

Egli attacca Wagner, ‘il dittatore di Bayreuth’, ma anche Debussy che pure ha difeso per ‘le sue impietose ripetizioni d misure accoppiate a due a due’; egli definisce i veristi italiani ‘rivenditori di seconda mano’ e attacca l’opera come ‘arte inferiore e lucrativa’.

Egli attacca ferocemente il jazz che ritiene dotato di ‘uno charme bizzarro e artificiale’ e aggiunge: “ il disgusto vi coglie fino alla rabbia all’ascoltare ininterrottamente un 2/4 ossessivo e canaglia che vuole essere la pulsazione della vita presente e il risultato di una evoluzione di tre secoli’.

È naturale che quando nel 1933 vennero eseguite estratti da Silbersee di Kurt Weil, Schmitt reagisse sdegnato, gridando – come riportano le cronache – “Viva Hitler” durante gli applausi che seguirono l’esibizione della cantate Made Madeleine Grey. Intervistato dal cronista di Monde Musicale, egli aggiunse ‘abbiamo già abbastanza cattivi musicisti in Francia senza che ci inviino tutti gli ebrei tedeschi’.

Apostolo invece della musica nuova, della composizione contemporanea, ovunque ella nascesse, fu sostenitore del Pierrot lunaire di Schoenberg e dei brani del primo Stravinskij che non esita a definire ‘forse il musicista più originale, più indipendente e più significativo della nostra epoca’. E a proposito de La sacre du printemps, scrive ‘Come possiamo non essere conquistati da tanta inaudita novità che inaugura una nuova era al pari di Tristano e di Pelléas, come non reagire al suono di queste armonie fiammeggianti, aggressive e raffinate, al turbine insensato di ritmi vertiginosi, alla loro ossessiva insistenza’.

Giudica invece in modo negativo la svolta neoclassica di Stavinskij definita ‘di quarta mano’ per la presenza di temi ripresi da autori del ‘700. Nel 1928 dichiara: ‘Con poche eccezioni, i nostri giovani compositori non pensano ad altro che alla pubblicità personale e al guadagno. Non dedicano energia al lavoro. Chi o cosa è responsabile di questo stato di cose? Stravinskij (di cui ammiro Sacre de printemps) ha indicato la via della semplicità. I nostri ragazzi hanno seguito con entusiasmo il suggerimento, perché per loro significava la legge del minor sforzo. Ma c’è una buona dose di ipocrisia nel caso di Stavinskij: ha mostrato la strada agli altri astenendosi attentamente dal seguirla lui stesso. Sotto questo aspetto la sua influenza si è rivelata disastrosa.’

Divenuto decano della musica francese, instancabile propugnatore della contemporaneità e della musica nazionale, della via difficilior per la scrittura e per l’ascolto, egli decide nel 1941 di aderire al cosiddetto gruppo artistico Collaboration che nella Francia occupata dalle truppe tedesche si occupa della diffusione della buona musica di quei compositori che non sono fuggiti in America o non sono prigionieri dei nazisti.

Sarà così che nel 1945, all’indomani della caduta del regime di Vichy, Schmitt si trova a doversi difendere dall’accusa di collaborazionismo anche per il viaggio a Vienna con cui nel 1941 prese parte ai festeggiamenti per il 150° della morte di Wolfgang Amadeus Mozart.

Il Comitato di Epurazione di Artisti, Letterati e compositori, commissionatagli una interdizione da tutte le esecuzioni pubbliche per un anno, giudicherà il suo dossier non meritevole di seguito e da lì a pochi anni, nel 1952 il compositore ormai anziano riceverà il titolo di Commendatore.

Lo vediamo in serena conversazione con il settantacinquenne Stravinskij in una delle ultime foto nel 1957, in un ricevimento svoltosi presso l’ambasciata US a Parigi: ‘il leone è diventato vecchio’

 Luca Vonella

PROLOGO

F.Schmitt, Chant du soir Op.7 per clarinetto e quartetto d’archi (1895)

V.D’Indy Sarabande et Menuet Op.72 (1886-1912)

E.D. Inghelbrecht Deux esquisses antiques per flauto e archi (1902)

M.Ravel, Prelude M65 (1913)

TRA LE DUE GUERRE

A.Casella In modo esotico - à Florent Schmitt (1915)

I.Stravinskij Apollon Musagète, Prelude (1928)

F.Schmitt, Sonatine Op.85 (1938)

K.Weill Die Dreigroschenoper (1929)

EPILOGO

F.Schmitt Andante religioso (1951)

 ENSEMBLE HORNPIPE

Michele Castiglioni, clarinetto - Clarice Zdanski, Alessandra Bombelli, flauti

Tracie MacKenzie, Silvia Canavero, oboi - Giorgio Milani, sax

Valentina Ghirardani, Ernesta Gandini, Silvia Canavero, violini

Luca Vonella, viola – David Dell’Oro, violoncello - Massimiliano Confalonieri, contrabbasso